Tra fogli e pastelli sempre a disposizione, colloqui con i genitori detenuti e accompagnamenti ai colloqui, le operatrici restano accanto ai bambini nei momenti più delicati dell’attesa.
Il progetto “Sistema Spazio Giallo in Rete 3” nasce in continuità con l’esperienza sviluppata da Bambinisenzasbarre nei contesti penitenziari lombardi, con l’obiettivo di portare al centro dell’intervento la relazione tra genitore detenuto e figli, riconoscendola come diritto fondamentale del bambino e responsabilità condivisa tra istituzioni e comunità.
Nello Spazio Giallo, l’attività quotidiana racconta spesso più di qualsiasi rapporto scritto. In una mattinata di media affluenza, una bambina tre anni, si mette a giocare con il pongo mentre la madre sbriga le pratiche di consegna del pacco per il padre detenuto; poco dopo la madre si avvicina all’operatrice di Bambinisenzasbarre e chiede informazioni sui prossimi laboratori, scoprendo che la bambina, ormai cresciuta, potrà finalmente parteciparvi insieme al papà. Nello stesso spazio, un bambino di otto anni al suo primo incontro con il padre resta a lungo assorto sul cellulare, finché l’operatrice non lo invita a disegnare: nascono così un pupazzo ispirato a Spiderman e un cuore con la scritta “ti amo papà da D.”, disegni che sceglierà lui stesso di portare al colloquio. Sono gesti minuti, ma dicono quanto lo Spazio Giallo sia anche un luogo dove aspettare diventa più leggero, e un disegno può farsi ponte tra un bambino e il padre che non può vedere tutti i giorni.

Negli Accompagnamenti, il compito delle operatrici è restare accanto al bambino lungo tutto il percorso, dentro e fuori dalla sala colloqui. È il caso di B., dieci anni, accompagnata dall’operatrice mentre attende di incontrare il padre. Lungo il tragitto la bambina chiede spiegazioni su un fatto di cronaca sentito in televisione, temendo che la persona coinvolta possa trovarsi nello stesso istituto e farle del male: l’operatrice la ascolta e la rassicura sulle misure di sicurezza del carcere, e B. ritrova subito serenità. Durante l’attesa, la bambina confida anche un pensiero più delicato: le manca poter sentire il padre al telefono, ma teme che parlarne possa creare problemi alla madre, già alle prese con regole e decreti che B. conosce fin nei dettagli perché la madre gliene parla apertamente. L’operatrice le spiega con parole semplici che quelle sono questioni che riguardano gli adulti, e che lei non deve sentirsi in dovere di occuparsene o di proteggere nessuno dei due genitori. È un intervento piccolo ma prezioso: aiuta la bambina a restare bambina, restituendole uno spazio in cui il suo unico scopo è vivere con serenità l’incontro con il padre. Durante il colloquio, padre e figlia riprendono un disegno iniziato in un laboratorio precedente, un ponte tra Napoli e Milano che arricchiscono insieme di dettagli, dai colori delle rispettive squadre di calcio a una pizzeria disegnata da lei con orgoglio partenopeo acquisito. Prima di lasciarsi, entrambi decidono di lasciare il disegno ancora incompiuto nell’armadio dell’associazione, per riprenderlo al prossimo laboratorio.

Nei Colloqui individuali con i genitori detenuti, l’ascolto delle operatrici aiuta spesso i padri a trasformare la sofferenza della lontananza in piccoli passi concreti verso i figli. Un padre, che non vede la propria figlia più piccola da oltre tre anni e teme di aver perso ogni contatto, viene aiutato a ragionare su chi, nella sua famiglia, potrebbe fare da tramite con l’ex compagna per riaprire un dialogo, senza però nascondersi le difficoltà di un percorso che richiederà tempo e pazienza. Un altro padre, alla vigilia di un laboratorio pensato per lui e per il figlio più piccolo, arriva al colloquio pieno di dubbi: teme di non essere all’altezza nel gestire da solo il bambino, che ha una diagnosi di autismo ed è molto legato alla presenza della madre. L’operatrice lo rassicura spiegandogli che l’attività di laboratorio con il padre non è un colloquio come gli altri, ma uno spazio pensato apposta per costruire un ricordo condiviso, e che qualunque pausa o difficoltà del bambino durante il laboratorio sarà accolta senza forzature, con le operatrici sempre pronte a dare una mano.

Sono episodi diversi, raccolti in giornate diverse, ma che raccontano la stessa cosa: che il legame tra un genitore detenuto e un figlio non si mantiene da solo. Ha bisogno di qualcuno che prepari il terreno, che traduca le paure dei bambini in parole comprensibili e che aiuti gli adulti a trovare, anche nelle condizioni più difficili, il modo giusto per restare presenti. È questo il lavoro quotidiano delle operatrici di Bambinisenzasbarre nel progetto “Sistema Spazio Giallo in rete 3”.
