Il 28 ottobre, al Palazzo delle Stelline, istituzioni, amministrazioni penitenziarie e operatori di Croazia, Francia, Italia e Polonia hanno fatto il punto su due anni di formazione della polizia penitenziaria dedicata ai figli dei detenuti in una conferenza internazionale.

Mercoledì 28 ottobre la Sala Pirelli del Palazzo delle Stelline, a Milano, ha ospitato la conferenza europea “I bambini si fidano degli adulti”, che ha concluso il progetto Child Trust. Per un’intera giornata, rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle amministrazioni penitenziarie, delle autorità garanti per l’infanzia e delle associazioni partner si sono confrontati su una domanda semplice: che cosa succede quando un bambino varca la porta di un carcere per incontrare il padre o la madre, e chi sono gli adulti che trova ad accoglierlo.
L’apertura e lo sguardo europeo. Ha aperto i lavori Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre, che ha parlato della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti e del passaggio di testimone da Child Trust a Child Trust 2. Carla Ciavarella, vicepresidente del Consiglio per la cooperazione penologica del Consiglio d’Europa, ha presieduto la mattinata, presentando i relatori e tessendo il filo tra un intervento e l’altro. Dopo un video di sintesi del progetto è intervenuta Louise Riondel, segretaria dello stesso Consiglio, che ha ricordato i principi della Raccomandazione CM/Rec(2018)5, ispirata proprio alla Carta italiana: «Mantenere un contatto significativo tra i bambini e il genitore detenuto può avere un impatto positivo sull’intero ecosistema: il bambino, il genitore, il personale penitenziario e la società». Riondel ha anche annunciato che, in vista del decimo anniversario della Raccomandazione, il Consiglio chiederà il mandato per una pubblicazione sulle buone pratiche, da presentare nel 2028. Ha preso poi la parola Maja Gabelica Šupljika, che in un intervento molto apprezzato ha portato in sala la prospettiva di Children of Prisoners Europe (COPE), la rete europea di cui è vicepresidente.
La Croazia. Ivana Zanze, direttrice esecutiva di RODA, ha raccontato come l’associazione abbia iniziato a occuparsi di questi bambini, dopo la lettera di una nonna detenuta nell’unico carcere femminile del Paese insieme alla figlia sedicenne e alla nipote di nove mesi. Ha spiegato che le formazioni di Child Trust non sono state lezioni frontali, ma un percorso che ha chiesto agli agenti di guardare la porta del carcere con gli occhi di un bambino di sei anni. Prima della formazione, tre partecipanti su quattro non sapevano se la Raccomandazione del Consiglio d’Europa potesse aiutarli nel lavoro; dopo, quasi nove su dieci hanno risposto di sì. «I bambini con un genitore in carcere vogliono che gli adulti che incontrano alla porta li vedano come bambini, non come parte di una procedura o di un problema», ha concluso.
Zvonimir Penić, direttore generale del sistema penitenziario e della libertà vigilata, ha presentato i numeri croati: nel 2025 erano genitori di figli minorenni 2.461 persone detenute, il 40% del totale, e i bambini hanno fatto 4.189 visite in presenza e 4.399 videochiamate. Ha mostrato gli spazi colloqui pensati per i bambini e l’unità madre-bambino di Požega, visitata ad aprile dai partecipanti di Child Trust. «La visita di un bambino non è un evento amministrativo. È un’occasione per mantenere una relazione», ha sottolineato.
Tatjana Katkić Stanić, Difensora civica per l’infanzia, ha portato il punto di vista dei bambini e le domande che spesso non osano fare: dov’è la mamma, quando tornerà, è colpa mia? «I bambini non hanno commesso il reato, ma spesso vivono le conseguenze della pena. Ogni contatto, ogni preparazione, ogni conversazione può essere un fattore di protezione», ha detto.
La Francia, Alain Bouregba, presidente di Relais Enfants Parents Île-de-France, è partito da un racconto arabo del XIII secolo, quello del saggio che, con un semplice passo di lato, salva un ladro senza mentire, per mostrare come un cambiamento di posizione possa sciogliere situazioni che sembrano senza via d’uscita. È ciò che accade agli agenti, stretti tra le regole di sicurezza e l’accoglienza dei bambini. Ha descritto il bambino in attesa del colloquio, più spesso triste e serio che allegro: «Il rischio maggiore a cui è esposto il figlio di un detenuto: la perdita del proprio diritto alla spensieratezza. […] Essere privati della spensieratezza equivarrebbe a essere privati dell’infanzia». Per Bouregba il progetto è «una tappa, un fondamento comune» su cui ogni Paese dovrà costruire la propria offerta formativa; in Francia, con l’ENAP, si formeranno dei formatori.
Kathy Ftais, capo dell’Unità interdisciplinare e formazione continua dell’ENAP, la Scuola nazionale dell’amministrazione penitenziaria francese, ha riferito che le quattro sessioni nazionali, tre a Parigi e una ad Agen, hanno coinvolto una trentina di agenti e funzionari di una ventina di istituti. Alcuni di loro hanno già ottenuto fondi per migliorare gli spazi di accoglienza, e quattro «hanno espresso il desiderio di diventare formatori tra pari, per aiutare a trasmettere la formazione ai loro colleghi».
La Polonia. Agnieszka Szeliga-Żywioł, vicepresidente di Probacja, ha raccontato una collaborazione tra un’istituzione pubblica e un’associazione che ha avuto effetti in tutto il Paese. Ha ricordato la Carta polacca dei diritti dei figli di genitori detenuti, ispirata a quella italiana e firmata nel marzo 2026 dal Ministero della Giustizia, dal Difensore civico per l’infanzia e dal direttore generale del servizio penitenziario. La Carta prevede che il personale penitenziario si formi su questi temi almeno ogni quattro anni, e Probacja intende unirla al modello Child Trust per formare agenti in tutta la Polonia. «Vogliamo che un approccio a misura di bambino diventi lo standard, non l’eccezione. Perché dietro ogni cambiamento come questo ci sono bambini e famiglie reali», ha detto. Dopo di lei Szymon Glica, direttore regionale del servizio penitenziario di Cracovia, ha tenuto un intervento molto apprezzato sulla situazione della formazione del personale penitenziario in Polonia.
Il dialogo tra le istituzioni italiane. La mattinata si è chiusa con una tavola rotonda moderata da Lia Sacerdote. Marina Terragni, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, ha parlato della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti. Sulla Carta sono intervenute anche Stefania D’Agostino, direttrice dell’Ufficio II Personale e Formazione, e Cristiana Rotunno, vice capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.
Il pomeriggio: dal progetto al Toolkit. Nel pomeriggio Bianca Cipriani, responsabile del progetto, e Martina Gallon, responsabile del programma didattico, hanno presentato i risultati complessivi: 20 sessioni di formazione nazionale con 358 partecipanti e 110 partecipanti alle quattro sessioni transnazionali di Milano, Cracovia, Zagabria e Parigi. Hanno mostrato come un nucleo comune sia stato adattato a sistemi penitenziari molto diversi, fino a diventare un Toolkit: «Il Toolkit non documenta soltanto ciò che è stato fatto: trasforma l’esperienza in una risorsa per altri contesti».
È seguita una sorta di intervista collettiva, condotta da Edoardo Fleischner, sul futuro della formazione della polizia penitenziaria in Europa e oltre, con Agnieszka Szeliga-Żywioł per Probacja, Kathy Ftais per l’ENAP, Emmanuel Gallaud, direttore di Relais Enfants Parents Île-de-France, e Maja Gabelica Šupljika, che ha risposto alle domande di Fleischner nella veste di esperta formatrice di RODA.
Le voci dei formatori e dei formati. L’ultima parte della giornata è stata dedicata alle testimonianze di chi ha condotto e di chi ha seguito i corsi, con Renata Bielańska per Probacja, RODA, Relais Enfants Parents Île-de-France e Bambinisenzasbarre. Laurent Tronel, di Relais Enfants Parents Île-de-France, ha presentato le prospettive per una formazione stabile in Francia, con un corso in presenza di tre-cinque giorni articolato in sette moduli, dal quadro giuridico alla gestione delle situazioni delicate. «Migliorare l’accoglienza dei bambini non dipende solo da procedure o sistemazioni materiali. Richiede anche un cambiamento di sguardi, atteggiamenti e pratiche professionali», ha osservato.
Maria Visentini, ispettore superiore della Polizia Penitenziaria in pensione e oggi formatrice per Bambinisenzasbarre, ha raccontato gli incontri con gli agenti dei reparti colloqui di tutta Italia e il loro bisogno di raccontarsi. Ha spiegato che dalla formazione è emersa la volontà di fare in modo che il poliziotto «non sia visto come una figura di impedimento e di contrasto nel rapporto con il genitore, ma come un facilitatore nella fase delicata dell’incontro». E ha chiuso con il motto del Corpo, «Despondere spem munus nostrum»: garantire la speranza, «e come non farlo di fronte a un bambino?». Hanno portato la loro testimonianza anche Alain Bouregba e, per Bambinisenzasbarre, gli ispettori di polizia penitenziaria Angelo Buonforte e Carmelo Santocono.
Con Child Trust 2, che porta il percorso anche in Belgio, Portogallo e Romania, il lavoro avviato in questi due anni continua.