PROGETTO – Il carcere alla prova dei bambini – Sud Italia – Intervista a Carmen Rosato

Intervista a Carmen Rosato di Bambinisenzasbarre: i diritti dei figli dei genitori detenuti in Calabria

Ogni anno in Italia circa 100.000 bambini varcano la soglia di un carcere per incontrare un genitore detenuto: in Calabria sono circa 200. Non sono “figli di un colpevole”, ma minori titolari di un diritto, quello di mantenere un legame affettivo con mamma e papà, sancito dalle Convenzioni internazionali e tradotto in Italia nella Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, sottoscritta nel 2014 con il Ministero della Giustizia e l’Autorità Garante per l’Infanzia, e oggi modello di riferimento anche per la Raccomandazione del Consiglio d’Europa CM/Rec(2018)5.

È in questo solco che si inserisce “Il carcere alla prova dei bambini – Sud Italia”, il progetto che Bambinisenzasbarre porta avanti nella casa circondariale di Cosenza attraverso gruppi di parola per i padri detenuti e colloqui riservati padre-figlio, in un lavoro che intreccia tutela dell’infanzia, contrasto alla povertà educativa e prevenzione della devianza sociale. Ne abbiamo parlato con Carmen Rosato, operatrice dell’associazione e responsabile dell’esecuzione del progetto.

Qual è l’obiettivo centrale del progetto “Il carcere alla prova dei bambini – Sud Italia”?

Il nostro obiettivo è semplice ma fondamentale: difendere il diritto dei bambini a mantenere una relazione affettiva con il genitore detenuto, anche durante la detenzione. Ogni anno, in Italia, circa 100.000 bambini — di cui circa 200 in Calabria — entrano in carcere per incontrare mamma o papà. Sono bambini come tutti gli altri, ma spesso subiscono stigma, isolamento e discriminazioni per colpe che non sono le loro. Attraverso questo progetto, vogliamo rafforzare il legame tra figli e genitori in carcere, contribuendo al benessere emotivo dei minori e al recupero del ruolo genitoriale. Il progetto si ispira e applica concretamente la “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”, sottoscritta nel 2014 e rinnovata l’ultima volta nel 2021 con il Ministero della Giustizia e l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.

In cosa consistono le attività principali che portate avanti nelle carceri calabresi?

In Calabria, in particolare nel carcere di Cosenza, abbiamo attivato due strumenti fondamentali: i gruppi di parola e i colloqui riservati. I gruppi di parola sono momenti di confronto settimanali tra padri detenuti, dove si lavora sulla genitorialità, sull’assenza, sul giudizio dei figli e sulla preparazione agli incontri. Disegno e scrittura aiutano ad accedere a emozioni profonde e a riscoprire il proprio ruolo educativo. I colloqui riservati, invece, sono incontri esclusivi tra padre e figlio, senza la presenza di altri familiari. Offrono ai bambini un tempo intimo e autentico per ritrovare il genitore in una dimensione affettiva. Si svolgono una volta al mese, sia nella sezione a media che ad alta sicurezza.

Qual è l’impatto di queste attività sui bambini e sui genitori detenuti?

Gli effetti sono tangibili. Da un lato, si migliora la qualità della relazione genitore-figlio, e il clima familiare nel suo complesso. Dall’altro, si riduce l’impatto traumatico che il carcere può avere sui bambini. I genitori detenuti che partecipano mostrano maggiore responsabilizzazione, coinvolgimento emotivo e apertura verso percorsi di recupero. Nei bambini, invece, si nota una maggiore serenità, perché sentono che, nonostante tutto, quel legame d’amore non si è interrotto.

Perché è importante continuare a sostenere economicamente questo progetto?

Senza il supporto economico, il rischio concreto è che queste attività vengano sospese. E sarebbe un passo indietro grave, proprio in un contesto come quello calabrese dove la povertà educativa e sociale è ancora molto diffusa. Ogni euro investito in questi progetti rafforza non solo il bambino, ma l’intero tessuto sociale: educazione, inclusione, prevenzione della devianza. Ricordiamo che il progetto è in linea con le raccomandazioni europee (CM/Rec(2018)5) che prendono proprio la nostra Carta come riferimento per la tutela dei minori con genitori detenuti.

5. Come si inserisce il vostro lavoro nel più ampio contesto del contrasto alle povertà educative e della promozione dei diritti dell’infanzia?

Lavorare con i figli dei detenuti significa intervenire in uno dei punti più fragili del sistema educativo e sociale. Le nostre azioni toccano anche ambiti come l’educazione alla cittadinanza, la prevenzione della dispersione scolastica e il sostegno psicologico. Collaboriamo con scuole, tribunali, comunità, servizi sociali. Insieme, costruendo reti, vogliamo che ogni bambino possa crescere libero da stigma, accolto e riconosciuto nei suoi diritti.

Il progetto “Il carcere alla prova dei bambini – Sud Italia“ è sostenuto dalla Chiesa Evangelica Luterana.

Condividi

Dona ora

Newsletter