Il carcere alla prova dei bambini: la Calabria al centro di un nuovo progetto di Bambinisenzasbarre

Ogni anno, in tutta Italia, un numero consistente di bambini varca la soglia di un istituto penitenziario per un solo motivo: incontrare la madre o il padre detenuto. Anche in Calabria questo accade con regolarità. Sono bambini come tutti gli altri, con lo stesso bisogno di crescere accanto a chi li ama, ma che spesso fanno i conti con uno sguardo diverso da parte della scuola, del quartiere, del gruppo sociale di appartenenza, quasi che le colpe del genitore ricadessero anche su di loro.

È a partire da questa ingiustizia che da molti anni Bambinisenzasbarre afferma un principio semplice quanto radicale: il diritto del bambino a mantenere un legame affettivo con il proprio genitore non si sospende quando questi entra in carcere. Un principio riconosciuto dalle Convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia, che l’associazione ha contribuito a tradurre in uno strumento concreto, la “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”, sottoscritta insieme al Ministero della Giustizia e all’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, e divenuta un riferimento tanto autorevole da ispirare anche una raccomandazione del Consiglio d’Europa rivolta agli Stati membri.

Il progetto “Il carcere alla prova dei bambini – Sud Italia” nasce dalla volontà di portare in Calabria, e in particolare nella casa circondariale di Cosenza, un modello di intervento sperimentato per primo nelle carceri milanesi e non solo. Un modello che non si limita ad accompagnare il bambino fino al colloquio, ma che lavora sul senso più profondo della relazione genitoriale, restituendo al genitore detenuto un ruolo che la detenzione tende inevitabilmente a erodere.

Il carcere, del resto, resta per un bambino un luogo estraneo e per molti versi “minaccioso”, eppure è lo spazio che è necessario attraversare per custodire un legame affettivo che nulla ha a che fare con il reato commesso dal genitore. È su questa distinzione, tra l’affetto filiale e la colpa dell’adulto, che si fonda l’intera impostazione anche di questo progetto, il cui obiettivo generale è la tutela dei diritti dei minori con un genitore detenuto, declinato nell’obiettivo specifico di promuovere e proteggere e rinforzare la responsabilità genitoriale e la relazione figlio-genitore durante la detenzione.

I Gruppi di Parola
Per raggiungere questo scopo, l’intervento si articola in tre direttrici che lavorano in sinergia.
La prima è rappresentata dai Gruppi di Parola, momenti di confronto rivolti ai padri detenuti delle sezioni a media e alta sicurezza, condotti con cadenza settimanale.

Qui i genitori non si limitano a raccontarsi: vengono accompagnati, anche attraverso il disegno e la scrittura, a entrare in contatto con emozioni spesso rimaste sopite, e a riflettere su temi delicati come la verità da raccontare ai figli, il peso dell’assenza, il timore del giudizio dei più piccoli, la propria esperienza, talvolta vissuta in prima persona da bambini, di un padre in carcere. Partecipare al gruppo richiede una motivazione solida, perché la coesione del gruppo stesso dipende dalla continuità della presenza di ciascuno, e proprio questa richiesta di costanza diventa, paradossalmente, un primo esercizio di responsabilizzazione. I gruppi diventano così anche la palestra in cui i padri si preparano, dal punto di vista emotivo e simbolico, a un incontro più “ravvicinato” con i figli: il Colloquio riservato.

Il Colloquio riservato.
Il Colloquio riservato costituisce infatti il cuore esperienziale del progetto
: un tempo dedicato esclusivamente al rapporto tra padre e figlio, sottratto alla presenza di altri familiari adulti che normalmente affollano i colloqui ordinari in carcere.

Reso possibile grazie alla collaborazione con gli Uffici Colloqui degli istituti coinvolti, questo spazio permette di superare i vincoli di un contesto mediato da troppe presenze, e di restituire a padre e figlio una dimensione duale, autentica, capace di rispondere in modo particolare ai bisogni dei ragazzi in fase pre-adolescenziale e adolescenziale, che sentono il bisogno di una relazione diretta ed esclusiva con entrambe le figure genitoriali.

L’osservazione diretta di queste esperienze racconta di un coinvolgimento emotivo nettamente più intenso rispetto ai colloqui ordinari, a conferma che la qualità dell’incontro conta più della sua frequenza.

Accanto a queste due azioni dirette, il progetto prevede un terzo livello di lavoro, meno visibile ma altrettanto necessario: le attività trasversali, che sostengono l’intera impalcatura dell’intervento lungo tutto il suo arco temporale, dalla fase preparatoria al coordinamento e alla supervisione degli operatori, dalla segreteria organizzativa alla comunicazione verso l’esterno, fino al monitoraggio e alla valutazione continua dei risultati. È un lavoro di cucitura silenziosa, che garantisce coerenza metodologica alle azioni sul campo e che permette di documentare l’evoluzione del rapporto tra genitori e figli.

I risultati attesi parlano di un miglioramento tangibile del rapporto genitore-figlio e del clima familiare, e di una riduzione dell’impatto traumatico che l’esperienza del carcere può lasciare nei più piccoli. Obiettivi che, in un territorio segnato da fragilità educative e sociali diffuse, assumono un valore che va oltre il singolo nucleo familiare, intrecciandosi con le politiche di prevenzione della dispersione scolastica e della devianza minorile. Senza un sostegno economico continuativo, però, queste attività rischiano di interrompersi proprio dove sono più necessarie, vanificando un lavoro costruito con pazienza in tanti anni di presenza sul territorio. Ma questo progetto gode del prezioso e concreto sostegno della Chiesa Evangelica Luterana.

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