Dentro il carcere di Firenze, il legame con i figli ha continuato a cercare spazio

Negli ultimi mesi, alla Casa circondariale Mario Gozzini di Firenze, il progetto Sistema Genitori Figli Senza Sbarre ha continuato a lavorare su una dimensione della detenzione che spesso è rimasta meno visibile: la relazione tra un genitore detenuto e i propri figli. Bambinisenzasbarre ha proseguito il progetto, attivo dal 2016, accompagnando i genitori nella gestione della distanza, delle difficoltà familiari e della responsabilità educativa durante la detenzione.

Il lavoro ha preso forma soprattutto negli incontri. Ci sono stati colloqui individuali, colloqui riservati tra genitori e figli, gruppi di parola, momenti di confronto con le famiglie e attività dedicate ai bambini. Dentro questi spazi la questione non è stata soltanto vedere un figlio, ma riuscire a restare padre o madre quando la quotidianità familiare è stata interrotta dal carcere.

Le operatrici di Bambinisenzasbarre hanno incontrato settimanalmente i genitori detenuti che ne hanno fatto richiesta o che sono stati segnalati dall’équipe educativa dell’istituto. Si è parlato di come raccontare ai figli la propria detenzione, di come affrontare i conflitti con l’altro genitore, dei rapporti con i servizi sociali e, soprattutto, di come continuare a esercitare il proprio ruolo. È stato un lavoro concreto, fatto di domande difficili, responsabilità e parole che non sempre è stato semplice trovare.

Il disegnare insieme facilita la relazione tra genitori detenuti e figli

Le lettere scritte dal carcere hanno raccontato la stessa fatica da un altro punto di vista. Un padre ha scritto alla figlia: «Il mio più grande rimpianto come padre è di non esserci stato nel periodo più importante della tua vita.»

In poche parole è emerso uno dei nodi centrali affrontati dal progetto: la paura di perdere una parte della crescita dei figli e di non riuscire più a occupare, nella loro vita, il posto di prima.

I colloqui riservati tra genitore e figlio hanno lavorato proprio su questo bisogno. Sono stati pensati per creare un tempo di relazione diretta, senza la presenza degli altri parenti adulti che normalmente partecipano ai colloqui ordinari. In questi incontri la visita non è stata considerata soltanto un diritto da garantire, ma un momento da rendere significativo: un tempo nel quale il bambino ha potuto ritrovare il proprio genitore e il genitore ha potuto assumersi la responsabilità della relazione.

Anche i gruppi di parola con i padri detenuti hanno fatto emergere questioni che difficilmente hanno trovato posto nella routine quotidiana del carcere. Prima dell’ingresso nel gruppo, le operatrici hanno svolto colloqui individuali per verificare la reale motivazione a partecipare. Poi il confronto ha affrontato la responsabilità, la colpa, le aspettative, la verità da raccontare ai figli e il significato stesso dell’essere padre durante la detenzione.

Le storie personali sono entrate inevitabilmente in questo lavoro. In un’altra lettera, un padre ha ricordato la propria infanzia: «Mio padre c’era, ma era troppo occupato giorno e notte a lavorare per mantenere me e mia sorella piccola.»

Essere padri ha significato quindi anche interrogarsi sull’essere stati figli. Nei racconti sono riemersi modelli familiari, assenze, difficoltà e modi diversi di intendere l’affetto. Il progetto non ha cercato di costruire un’immagine idealizzata della genitorialità, ma ha offerto uno spazio nel quale riconoscere limiti e responsabilità e provare a costruire una relazione diversa con i propri figli.

Lo dice, con parole molto semplici, un altro passaggio di una delle lettere: «Con tutti i miei difetti di carattere, vi ho regalato anche momenti bellissimi, e voi a me!»

Con il disegno si racconta, anche nella quotidiinità, come l’emozione di andare a scuola. Il percorso nel parco per arrivare a scuola e la lavagna appesa in classe

Il lavoro non si è fermato dentro il carcere. Bambinisenzasbarre ha coinvolto anche le madri e gli altri genitori rimasti in libertà. Nei gruppi mensili sono emersi il peso della genitorialità vissuta spesso in solitudine, le difficoltà quotidiane, lo stress provocato dalla detenzione del partner e la necessità di mantenere un equilibrio familiare. I colloqui preliminari hanno permesso alle operatrici di conoscere le singole situazioni e, quando necessario, di orientare verso forme di sostegno più specifiche.

A fare da ponte tra il carcere e l’esterno ha contribuito anche il Telefono Giallo, il servizio di ascolto di Bambinisenzasbarre. Le famiglie hanno potuto trovare un primo orientamento, informazioni sulle procedure, indicazioni pratiche e un accompagnamento verso i servizi più adatti. In questo modo sono stati intercettati anche bisogni di persone che non erano ancora entrate direttamente in contatto con gli operatori del Gozzini.

Intorno alle singole famiglie si è sviluppato inoltre il lavoro di rete con servizi sociali, operatori penitenziari, Terzo Settore e istituzioni del territorio. La detenzione, infatti, non ha prodotto conseguenze soltanto sulla persona reclusa: ha coinvolto i figli, l’altro genitore e l’intero sistema familiare.

Al Gozzini, il Sistema Genitori Figli Senza Sbarre ha così continuato a riportare al centro un principio fondamentale: la pena riguarda l’adulto, non i suoi figli. Sostenere la relazione familiare non ha significato cancellare responsabilità o conflitti, ma evitare che la distanza imposta dal carcere diventasse automaticamente una rottura.

Il progetto continuerà fino ad aprile 2027, con il sostegno di Fondazione CR Firenze, nel quadro dell’impegno di Bambinisenzasbarre per l’attuazione della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti.

Condividi

Dona ora

Newsletter